Vagando per Malacca

Abbiamo lasciato acceso il condizionatore tutta la notte. Ci aspetta un’abbondante colazione sul tavolo della sala, dove Lily, oltre a caffè, succhi di frutta e torte, ci ha lasciato un biglietto spiegandoci per filo e per segno cosa stiamo gustando. Lei non c’è ma il marito, con il quale scambiamo qualche parola, è lì presente. James è inglese mentre Lily è di origine cinese; si sono conosciuti a Kuala Lumpur quando lei lavorava come segretaria e lui era in servizio temporaneo: un ingegnere con esperienza nella costruzione di grandi aeroporti. Fin dalla giovinezza il suo lavoro l’ha portato a vivere per medi-lunghi periodi lontano dalla sua Inghilterra dove comunque ha lasciato due figli ormai adulti e provenienti dal precedente matrimonio. Un inglese e una cinese che vivono in Malesia: qui non è affatto strano. Malacca, così come la Malesia, è stato un territorio ambito da diverse nazionalità, europee e non, che qui hanno messo piede e hanno piantato le proprie radici: è un gran bel mix di etnie e razze diverse. La presenza dei cinesi è massiccia: il centro della città è attraversata da Chinatown, ma esiste anche una Little India a poca distanza.

James ci porta in un garage pieno di accozzaglie varie, dove noleggiamo due biciclette: 1€ per l’intera giornata. La bici ci permette di muoverci velocemente in città e vedere tutto ciò che ci interessa. Malacca non è grandissima e un giorno ci basta per vederla tutta: Porta de Santiago, St Paul’s church, Studthuys, Chinatown: i classici. Notiamo numerosi trishaw con luci sfavillanti e musiche ritmate succedersi alla ricerca dell’attenzione di qualche stanco turista. Tra tutte le cose viste, mi sento di consigliarne un paio: Villa Sentosa. DSC_0773Situata in un kampung (che significa villaggio) a qualche minuto di bicicletta fuori dal centro, questa colorata villa è ancora abitata da una simpatica donna ormai anziana che è disponibile ad aprire la porta per mostrare la propria dimora. La sua casa, come le altre del quartiere, risale agli anni ’20 e rappresenta ancora qualcosa di caratteristico in un contesto in cui la modernità sta pian piano soffocando ciò che risulta essere desueto. La casa è ampia e piena di oggetti antichi: servizi di piatti, vasi, porcellane, lenzuoli.. Tutto curato nei minimi particolari, tutto perfetto; non sembra una casa vissuta e infatti ci racconta che viene aperta solo ai turisti: la nostra piccola donnina vive ormai sola da qualche anno dopo la perditaDSC_0767 del marito, mentre la figlia viene a trovarla solo ogni tanto. Continua a dircelo in quell’inglese un po’ stentato: forse non vuol darci l’idea di essere sola. Ci intima a suonare un grande gong presente nella stanza che dovrebbe portarci fortuna. Le lasciamo un’onesta mancia e, inteneriti dai suoi racconti e dalla sua gentilezza, ci allontaniamo.

Dopo un breve e piccante pasto in un ristorantino locato tra le vie principali della città, ci dirigiamo al Baba-Nyonya Heritage Museum, che in realtà è una tradizionale casa peranakan, ovvero appartenuta a commercianti di discendenza cinese. Baba sta per papà e Nyonya sta per mamma. Una guida ci accompagna con altri ospiti tra i muri di questa ampia dimora che, finemente arredata, ospita una ricca collezione di artefatti, utensili, oggetti di arredo, abiti, giochi, fotografie. Si nota come la casa fosse appartenuta a una famiglia particolarmente abbiente, di ceto elevato e ricco: come molti altri baba, Chan Cheng Siew riuscì ad accrescere le proprie fortune nei commerci con gli inglesi. La famiglia Chan nel 1985 decise di convertire la dimora stessa in un museo, mostrando i cimeli di famiglia ed altri reperti antiquati al pubblico. Una visita che ci riporta indietro negli anni in cui gli abiti erano ancora molti voluminosi, le fotografie in bianco e nero e lo scambio di etnie ed oggetti erano considerati una grande ricchezza.

Prima di consegnare le biciclette e andare a cena, ci fermiamo a parlare con un indiano che ha voglia di raccontarci qualche chicca su Malacca e sulla propria vita. Vive qui da anni e ci indica la scuola che frequentò da bambino “Da lì potevo vedere il mare”. Ora il mare non c’è più: è stata importata la sabbia sulla quale poter costruire ed espandere dei centri commerciali. Malacca, così come la Malesia, mi dà l’impressione di volersi uniformare all’occidente e alla sua cultura basata sul consumismo, perdendo pian piano la propria tradizione e peculiarità.

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